Quando arriva l’arbitro

Davide 9 anni (Italia)

Nino e Gino avevano otto anni e si conoscevano da sempre. Erano nati a una settimana di distanza nello stesso ospedale e vivevano in due case vicine dello stesso paese, adagiato in una valle verde e serena, all’ombra di alte montagne a punta. Le loro mamme erano amiche fin da bambine e amavano passare il tempo libero insieme, esattamente come i due ragazzi.

Così, tutti i pomeriggi dopo la scuola, Nino e Gino si ritrovavano in un prato vicino a casa per giocare a calcio. Nino indossava la divisa con i colori della sua squadra preferita, i Leoni Rossi, Gino quella de Le Aquile Blu. Naturalmente entrambi avevano molte divise tutte identiche, perché le mamme non avrebbero mai permesso loro d’indossare due giorni di seguito gli stessi vestiti sporchi (ma questo è importante solo per le mamme, non ai fini del racconto).

Insomma, Gino e Nino giocavano d’amore e d’accordo ogni pomeriggio… no, non è proprio così o la storia finirebbe qui. Il fatto è che i due bambini detestavano perdere: ognuno voleva sempre essere il più forte, il più bravo, il campione. Anche perché ne andava dell’onore della loro squadra del cuore, di cui portavano fieri i colori; perciò, ogni volta il gioco si trasformava in lite.

Bastava che Nino facesse un goal, perché Gino trovasse da ridire:

«Eri troppo vicino, non vale: fuorigioco!»

«Ma come fuorigioco che siamo solo in due? Non c’è neanche un difensore!»

«E allora? Se ci fosse, l’avresti superato, la regola vale lo stesso.»

Oppure Gino, in un dribbling, scivolava a terra e subito accusava l’amico d’averlo fatto cadere.

«Era fallo! Meriteresti un cartellino.»

«Ma piantala, sei tu che non sai stare in piedi.»

E via così, arrabbiati e incapaci di arrivare a mettersi d’accordo, i bisticci diventavano sempre più aspri (pur senza mai arrivare alle parolacce: anche questo è un dettaglio poco importante ai fini della storia ma alquanto per le mamme.)

Così il gioco prendeva fine e i due bambini rientravano nelle proprie case, accaldati e di cattivo umore, a fare il muso in cameretta. I genitori cercavano di trovare una soluzione, parlando con loro, suggerendo persino di cambiare sport, ma i due non ci pensavano nemmeno.

«Piuttosto, gioco a calcio da solo» rispondevano entrambi. Infatti ci provavano: ognuno nel proprio cortile, tiravano solitari calci al pallone. Ma non si divertivano affatto, così il giorno seguente facevano la pace e si ritrovavano al campetto. Immancabilmente, però, alla prima occasione ricominciavano a litigare.

Fu all’inizio di una di queste liti che, un pomeriggio, si sentirono chiedere:

«Ciao. Cosa state facendo?»

Nino e Gino smisero di discutere e si voltarono. Davanti a loro si teneva una bambina, più piccola di loro di almeno una spanna, con due trecce scure, una maglia a righe e un paio di pantaloncini bianchi da cui spuntavano delle gambette secche e muscolose infilate in scarpe da ginnastica nere.

«E tu chi sei?»

«Mimì, piacere, sono appena arrivata, i miei genitori stanno scaricando gli scatoloni dal camion e io do un’occhiata in giro. Che fate? Posso giocare con voi?»

Nino e Gino la guardarono confusi: stavano giocando a calcio ed erano in due, in tre non sarebbe stato possibile fare le squadre e poi lei era…

«Posso fare l’arbitro» disse Mimì «alla fine della partita cambiamo le squadre e l’arbitro sarà uno di voi.»

Ma tu sei una femmina, e le femmine non capiscono niente di calcio, pensarono i due amici all’unisono, però non ebbero il tempo di dirlo perché la bambina aveva già preso il pallone dalle mani di Nino per posarlo al centro del terreno. Piazzandovi sopra un piede a tenerlo fermo, chiamò:

«Allora, venite? Forza, che sto per fischiare.»

E si esibì in un fischio da vera professionista che riscosse Gino e Nino dal loro stupore.

Fu un pomeriggio memorabile. La prima partita si svolse senza intoppi: appena sorgeva un dubbio su un’azione, Mimì interveniva decisa e autorevole, dando ragione all’uno o all’altro e talvolta a nessuno dei due. Non aveva mai dubbi né tentennamenti, e non lasciava spazio alle proteste dei giocatori. Quando il match si concluse con una corta vittoria di Nino, Gino non ebbe il tempo di recriminare che già la bambina decretava:

«Il vincitore ora fa l’arbitro e io gioco al posto suo.» Ai due amici non restò che eseguire.

Mimì non se la cavava bene solo come direttore di gara. Anche nel gioco si dimostrò esperta, veloce e precisa, e così piena di sportività che applaudiva entusiasta le azioni più belle del suo avversario.

«Wow! Bravissimo!»

Per tutto il pomeriggio i tre bambini giocarono insieme, ognuno a suo turno calciatore o arbitro, senza mai liti, né arrabbiature. Grazie a Mimì, gli altri due scoprirono il piacere di giocare per divertirsi e la soddisfazione di dimostrarsi leali e sportivi, riconoscendo i meriti dell’avversario e accettando la sconfitta senza rancori.

Quella sera si salutarono stanchi ma felici, dopo molte ore di giochi e risate, e si diedero appuntamento l’indomani per quello che sarebbe stato solo l’inizio di una lunga amicizia.

Marezia Ori-Elie

Pubblicato da Piccoli Grandi Sognatori

Progetto creativo e dinamico per grandi e piccini. Immagini e parole a servizio della fantasia.

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