Il torneo reale

Melissa 5 anni (Italia)

C’era una volta una fata dei boschi, vestita di tutte le sfumature del verde e con morbide chiome, rosa come il succo dei lamponi. Sylvia, così si chiamava, era molto felice della sua vita tra alberi e muschio, tra insetti e caprioli. Passava le giornate a far sì che tutto andasse per il verso giusto: invocava le nubi perché facessero piovere se la vegetazione soffriva troppo la stagione secca, aiutava gli animali caduti in un burrone o che avevano smarrito la strada di casa. Interveniva nelle dispute tra specie diverse e in quelle tra animali dello stesso clan e tutti la amavano e la rispettavano. La vita scorreva serena e tranquilla nel bosco, in un’armonia naturale e senza ombre.

Un’ombra, tuttavia, c’era. Poco lontano dal bosco sorgeva un piccolo regno in cui il cibo abbondava, il popolo era felice e il sovrano beneamato. Il giovane re, però, si annoiava. Cresciuto ammirando le gesta dei suoi bellicosi antenati, leggendo libri di storia e romanzi di cappa e spada, re Tullio rimpiangeva di non avere nemici da sfidare a duello né guerre in cui provare il proprio valore e quello dei suoi uomini. Per rimediare, organizzava grandiosi tornei cavallereschi. 

Per giorni e giorni, prodi cavalieri e eroi coraggiosi si sfidavano nelle prove più disparate: gare di tiro con l’arco; inseguimenti a cavallo; corse coi carri; grandi manovre di eserciti in assetto da guerra; concorsi di lancio con le catapulte; tornei di balestrieri e veri e propri campionati di tiro col cannone. Re Tullio adorava questi tornei e ne organizzava di sempre più grandi, con partecipanti sempre più numerosi e venuti dalle contee più lontane.

Se il re, i suoi sudditi, il pubblico venuto da fuori e i partecipanti (soprattutto quelli vittoriosi, perché gli altri erano un po’ ammaccati nel fisico e nell’orgoglio) adoravano lo spettacolo e sembravano non averne mai abbastanza, Sylvia e gli animali del bosco, invece, ne erano davvero stanchi. 

Frecce deviate dal vento che si conficcavano nella corteccia di giovani querce innocenti o nel fondoschiena di un malcapitato cervo; principi di incendio causati dalla svista di un mangiatore di fuoco in allenamento; palle di cannone dalla traiettoria sbagliata che abbattevano alberi, scavavano crateri o distruggevano tane e altri sgradevoli effetti collaterali del torneo erano all’ordine del giorno. Per non parlare degli alberi abbattuti in quantità sempre maggiore per creare bersagli, archi, falò e tutto ciò che stuzzicava la fantasia di re Tullio. 

Una mattina, mentre si asciugava i capelli al sole in una radura, una freccia infuocata venne a conficcarsi a cinque centimetri dal suo piede di fata, bruciando un ciuffetto di timo selvatico: Sylvia decise che quella era l’ultima goccia, anzi freccia. Con una magia asciugò i capelli istantaneamente e spiccò il volo.

Non le fu difficile trovare il re: atterrando nello spiazzo tra le tende dell’accampamento reale, lo scorse poco distante, intento a incoraggiare alcuni cavalieri che si esercitavano per i duelli del pomeriggio. 

«Dobbiamo parlare!» dichiarò, con le mani sui fianchi e lo sguardo bellicoso. Tullio, che era un monarca ben educato, l’ascoltò lamentare tutti i guai e i disguidi subiti dal bosco a causa dei tornei, nonché dei drammi sfiorati di poco. 

«Mi dispiace… non immaginavo» disse quando la fata smise di parlare «cosa potrei fare per rimediare?»

«Smettere immediatamente con queste bambocciate, mi sembra evidente!» sbottò Sylvia che non aveva ancora sbollito la rabbia.

«Ma allora cosa farei… voglio dire: cosa farebbe tutta questa gente, il mio popolo, ma anche quelli venuti da fuori? Guarda come si divertono ad assistere ai tornei, gli scontri, le sfide… Dovremmo rinunciare a questi bei momenti insieme? Alla gioia dei vincitori, insigniti di premi e gloria, applauditi da tutti?»

Sylvia si guardò intorno: era vero che l’accampamento era bello, così come le arene per le gare. Ed era vero che la gente aveva bisogno di svago, di ritrovarsi insieme e di provare emozioni positive. Forse si poteva trovare un passatempo più innocuo.

«Gare di ballo!» esclamò la fata raggiante.

«Gare di ballo? Ma io… i miei sudditi non sanno ballare e poi… si sono mai visti cavalieri distinguersi e farsi onore danzando?»

«Se non si sono mai visti, si vedranno» rispose lei, «e a ballare s’impara.»

Due schiocchi delle sue magiche dita riempirono l’aria d’una musica gioiosa e trascinante, che rendeva impossibile non mettersi a battere il piede a tempo. Fece segno al re di prenderle la mano e la prima lezione di danza ebbe inizio. Imitando il sovrano, tutti i partecipanti al torneo e tutti gli spettatori si misero a danzare. E, merito della musica, merito della magica insegnante, non ci volle molto perché tutti diventassero ballerini provetti.

Da quel giorno, il regno divenne famoso ovunque per le sue favolose gare di ballo e lo stesso re Tullio fu incoronato più volte campione di flamenco e di tip-tap, e il bosco di Sylvia ritrovò la tranquillità. 

Marezia Ori-Elie

Pubblicato da Piccoli Grandi Sognatori

Progetto creativo e dinamico per grandi e piccini. Immagini e parole a servizio della fantasia.

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