L’albero del fuoco

Samdeep Antoan 10 anni (Nicaragua)

Moltissimo tempo fa, la Terra era un unico, grande giardino, popolato da una varietà infinita di animali e piante. Gli uomini erano pochi, e la loro presenza era quasi invisibile in mezzo alla vegetazione lussureggiante che ricopriva le valli e le colline. C’erano animali e piante rari e a volte magici, che col tempo sarebbero scomparsi. Di tanto in tanto si poteva veder spuntare tra le felci il corno bianco di un unicorno, o apparire sul muschio l’ombra di una chimera, che volava alta sopra le cime delle sequoie. Il cielo era sempre sereno e la temperatura sempre tiepida. Quando gli uomini erano affamati, non avevano che da cercare un albero del pane, sui cui rami crescevano frutti simili a pagnotte, oppure uno del latte, i cui frutti somigliavano a piccoli secchielli. Se volevano un frutto qualsiasi bastava allungare una mano per trovarne subito qualcuno.

Un giorno uno degli uomini, che i suoi amici chiamavano Primo — perché aveva la mania di sperimentare cose nuove —  stava inseguendo una scimmia canterina. Era una specie molto ricercata perché rallegrava le serate cantando bellissime melodie, ma non si lasciava acchiappare facilmente. La seguì mentre saltava da un ramo all’altro senza perderla di vista, ma a un certo punto la foresta terminò e si venne a trovare in una vasta radura.

Qui spuntava una specie che nessuno aveva mai visto prima: dai suoi rami si levavano rosse lingue di fiamma, tanto che l’albero sembrava bruciare, senza tuttavia consumarsi. L’uomo, ormai dimentico della scimmia, si fermò a fissarlo a occhi sgranati — giacché non conosceva il fuoco — e subito dopo corse a chiamare tutta la sua tribù. Appena provarono ad avvicinarsi furono però respinti dal calore che emanava dai rami.

Nei giorni seguenti la nuova e strana specie si diffuse anche in altre parti della foresta, sempre lontano dalle altre piante, in vaste radure o vicino a laghi e fiumi. Gli uomini si accorsero che alcuni frutti, finiti per sbaglio vicino agli alberi del fuoco, cambiavano sapore e consistenza, diventando più buoni. Molti, entusiasti della novità, iniziarono a portare i frutti del pane e le molte grosse ghiande commestibili, per abbrustolirli vicino alle fiamme. Qualcuno di tanto in tanto si scottava, e impararono così a temere l’albero tanto quanto lo ammiravano per la sua bellezza, che lo faceva spiccare con le sue fronde rosse e lucenti in mezzo al verde della foresta.

Una sera Primo, stanco di fare avanti e indietro per arrostire i frutti, ebbe l’idea di prendere un ramo, facendo attenzione a non scottarsi, e portarlo nella sua caverna. Si accorse così che oltre a cuocere le cose era utile anche per fare luce. Fino ad allora infatti a rischiarare le notti c’erano solo la luna e le stelle.

Altri uomini imitarono l’idea di Primo, e ben presto ci fu un via vai di rami infuocati. Uno di loro però lasciò cadere sbadatamente il suo ramo, sopra una macchia di cespugli spinosi, e con suo immenso sgomento il fuoco si trasferì anche a loro. Non però come l’albero originario: le piante contagiate dal fuoco bruciavano per intero. L’incendio si estese ben presto in gran parte della foresta, provocando un fuggi fuggi generale.

Fu allora che Madre Natura, svegliata dalle urla di terrore di uomini e animali, si rese conto che l’albero del fuoco non era stata una delle sue idee più riuscite, e creò in tutta fretta le nubi. Queste si ammassarono nel cielo, scontrandosi, e rovesciarono sulla foresta l’acqua evaporata da laghi e fiumi.

La pioggia spense l’incendio, ma fece anche morire tutti gli alberi del fuoco. Solo qualche tizzone si salvò all’interno delle caverne, ma gli uomini impararono come conservarlo o procurarselo di nuovo. Insieme alla pioggia infatti erano stati creati anche i fulmini, che di tanto in tanto riportavano un po’ di fuoco sulla terra.

Quando la pioggia cessò, Primo uscì dalla caverna e tornò nella radura, dove fissò desolato lo spazio lasciato vuoto dagli alberi del fuoco, rimpiangendo la loro luce e i loro colori.

Madre Natura volle compensare in qualche modo la perdita e creò le stagioni, in modo che la foresta non fosse mai la stessa, ma cambiasse continuamente aspetto e sfumature.

Qualche tempo dopo il sole iniziò a divenire meno caldo e intenso. Da principio gli uomini furono spaventati dal cambiamento, ma appena alcuni alberi si tinsero di rosso e di giallo furono di nuovo colti dalla meraviglia. Si accostarono con cautela a una macchia di aceri le cui foglie erano diventate rosso vermiglio e si accorsero con stupore che non scottavano, anche se erano belli quanto gli alberi del fuoco. Molti alberi iniziarono anche a dare frutti nuovi, mai visti durante la lunga estate.

Madre Natura sorrise, soddisfatta di aver infine avuto un’idea brillante, e tornò più tranquilla al suo lungo sonno, che continua tuttora.

Laura Baldo

Pubblicato da Piccoli Grandi Sognatori

Progetto creativo e dinamico per grandi e piccini. Immagini e parole a servizio della fantasia.

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