La guerra di Nina

Katerina 12 anni (Ucraina)

In un regno lontano a oriente, in mezzo a verdi distese di campi e foreste, sorgeva un villaggio: solo una manciata di linde casette, col tetto di tegole rosse. In una di esse viveva la giovane Nina, insieme alla madre vedova e ai due fratelli.

Fin da bambini lei e i fratelli, più grandi di qualche anno, erano stati inseparabili. D’inverno scendevano con la slitta per i pendii, pattinavano sui corsi d’acqua gelati e costruivano fortini di neve. Nelle belle giornate estive raccoglievano mirtilli nel bosco, facevano gare di corsa sui prati o sguazzavano nel ruscello, spruzzandosi a vicenda l’acqua gelida e ridendo spensierati.

Gli anni passavano veloci in quel pacifico angolo di terra, mentre Nina e i fratelli crescevano, facendosi alti e robusti.

Un giorno arrivò un messaggero dalla città più vicina: il regno era entrato in guerra, e tutti gli uomini validi dovevano partire come soldati. I fratelli di Nina a stento potevano definirsi adulti, visto che passavano tutto il tempo libero a giocare con lei e a fare scherzi agli altri paesani. Ma una mano misteriosa giù alla capitale, tanto lontana da essere poco più di una leggenda, aveva stilato una lista. Sopra c’erano anche i nomi dei suoi fratelli, insieme a quelli di tanti altri.

La mattina della partenza tutte le donne, i vecchi e i bambini erano nella piazza principale a salutare i loro cari. La madre di Nina piangeva, asciugandosi di nascosto le lacrime nel grembiule. Nina invece salutò i fratelli con un sorriso, perché non voleva rattristarli, voleva che la ricordassero così: fiduciosa e sorridente.

Continuò a salutarli con la mano finché la curva del sentiero non li nascose alla vista, quindi lasciò spegnere il sorriso e corse via per rifugiarsi nel suo posto preferito, vicino al ruscello. Era appena iniziata l’estate, e i prati lungo le rive straripavano di fiori di campo: bottondoro, campanule, fiordalisi. Nina si sedette in mezzo a essi e pregò che la guerra finisse presto e tutti tornassero sani e salvi.

Anche gli altri pregavano, nella piccola chiesa, ma lei preferiva quel luogo appartato e pieno di bei ricordi. Prese l’abitudine di andarci ogni giorno, dopo aver aiutato la mamma con i lavori in casa e nell’orto.

Pian piano l’erba ingiallì e i fiori avvizzirono, gli alberi lasciarono volar via le foglie ormai secche. Poi venne il gelido vento del nord e portò la neve, e Nina continuava a tornare ogni giorno, avvolta nel cappotto pesante e con gli stivali imbottiti di pelliccia. Quando la neve si sciolse spuntarono di nuovo l’erba e i fiori, ma Nina lo notò appena.

La guerra continuava, e dei soldati partiti non si avevano ancora notizie. I combattimenti erano lontani, ma il villaggio viveva una vita a metà, perché una parte essenziale del suo cuore era altrove.

Finché un giorno un altro messaggero arrivò, e annunciò che la guerra era finita. Il sollievo generale fu ben presto soffocato dalla preoccupazione: i loro cari sarebbero tornati presto, o non sarebbero tornati affatto.

Nina lasciò tutto e corse al ruscello, dove si inginocchiò in mezzo all’erba e ai fiordalisi che iniziavano ad aprirsi sotto il tiepido sole estivo. Chiuse gli occhi e pregò a lungo, con ancora più convinzione del solito. Quando li riaprì rimase senza fiato per la meraviglia: nei prati tutto intorno, a perdita d’occhio, era spuntato un mare di fiori rossi, che ondeggiavano piano sugli steli sottili.

Mentre ancora cercava una spiegazione, udì una voce femminile che la chiamava. Si guardò attorno frenetica, ma non vide nessuno.

«Si chiamano papaveri» disse la voce. «Ognuno di essi è una goccia del sangue sparso in questa guerra.»

Pur intimorita da quel fenomeno incomprensibile, Nina iniziò istintivamente a contare i fiori. Erano migliaia e migliaia, ricoprivano i prati, si arrampicavano sui pendii, lambivano i piedi dei sempreverdi nella foresta e delle case del villaggio. Sarebbe occorsa una vita per contarli tutti.

Nina si sentì invadere dalla tristezza, al pensiero di un fiore tanto bello che portava con sé tante sofferenze. «Ci sono anche i miei fratelli tra loro?» chiese, sperando e al tempo stesso temendo di ottenere una risposta. Ma la voce, chiunque fosse, non parlò più, e lei si convinse di averla sognata.

Si alzò, ancora più sconfortata, attenta a non calpestare nessun papavero, ma le bastava sfiorarne uno per avere visioni terribili di esplosioni, navi affondate e case in fiamme. Sconvolta, iniziò a correre, con le mani premute sulle orecchie e gli occhi chiusi con forza, mentre cercava di tenere fuori quelle immagini.

Di colpo sbatté contro qualcosa e per poco non cadde a terra. Aprì gli occhi di scatto e si trovò davanti il viso pallido e teso di un soldato. Fu sul punto di urlare, ma lui parlò.

«Nina, sono io. Non mi riconosci?»

Allora lo guardò meglio e riuscì a scorgere qualcosa di familiare, nonostante la divisa e i lineamenti rigidi per la stanchezza.

Dietro di lui spuntò un altro giovane uomo, che sorrideva. «Hai spaventato nostra sorella. Te l’avevo detto che la tua faccia si era fatta ancora più brutta.»

L’altro rimase impassibile, ma tirò di nascosto un calcio al fratello. Nina finalmente li riconobbe entrambi, iniziò a piangere e li abbracciò, tenendoli stretti a lungo come per timore che potessero svanire.

Solo dopo essersi asciugata le lacrime, si accorse che stavano arrivando molti altri uomini, alcuni camminavano con le stampelle o portavano un braccio appeso al collo. Cercò il figlio del fornaio, che le doveva una focaccia per una scommessa persa prima di partire, ma non lo trovò. E non c’era nemmeno il padre della sua amica Katia, che era sempre stato così gentile, e il marito della sarta…

Mentre Nina accompagnava i suoi fratelli a casa, altre donne vennero di corsa dal villaggio. Ci furono altri abbracci e lacrime, ma non tutte erano di gioia. Alcune donne e alcuni vecchi genitori rimasero soli sulla soglia vuota.

Ben presto anche la madre di Nina corse fuori di casa per riabbracciare i figli, ridendo e piangendo per il sollievo.

Nina li lasciò e si avvicinò al pope, per rivelargli ciò che le aveva detto la voce. Il sacerdote era scettico, ma poi vide la distesa di fiori rossi spuntati in un solo pomeriggio, e gridò che era un miracolo, un segno di speranza inviato dal cielo.

Chi aveva perso qualcuno poteva guardarli e immaginare che lo spirito del loro caro fosse lì, e che avrebbe riposato per sempre in quei prati che avevano amato, accanto alle acque trasparenti del ruscello.

E quando il vento si infilava tra i fiori e scuoteva le fragili corolle, molti dicevano di poter udire la loro voce, simile a una melodia lontana e malinconica.

«Pace» sussurravano i petali scarlatti dei papaveri. «Pace

Laura Baldo

Pubblicato da Piccoli Grandi Sognatori

Progetto creativo e dinamico per grandi e piccini. Immagini e parole a servizio della fantasia.

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