In fondo al mare

Leonardo 5 anni (Italia)

Leo era un allievo marinaio. Da poco faceva il timoniere, ed era molto fiero del ruolo importante che gli avevano assegnato. La sua nave, la Stella del mare, aveva appena attraversato lo stretto di Gibilterra per fare rotta verso le isole Canarie, quando una notte fu sorpresa da una terribile tempesta.

I marinai correvano qua e là, il capitano gridava ordini, ma l’urlo del vento e il rombo dei tuoni si portavano via le parole. La nave saliva e scendeva dalle onde, che formavano un muro nero e minaccioso. Leo era bagnato fradicio, tremava per il freddo e la paura, e non poteva fare altro che tenersi aggrappato forte al timone, con le mani sempre più scivolose e insensibili.

Mentre scendevano da una cresta particolarmente alta, l’acqua investì il ponte, spezzando funi e portandosi via pezzi di legno. Leo trattenne il respiro finché l’onda non fu passata, ma il brusco contraccolpo della caduta gli fece perdere la presa sul timone e lo sbilanciò. Subito dopo la nave si inclinò per salire sull’onda successiva. Lui cercò freneticamente di aggrapparsi a qualcosa, ma non ci riuscì, e fu sbalzato fuori bordo.

L’impatto con l’acqua gelida gli tolse il fiato e gli fece perdere conoscenza.

Quando riaprì gli occhi faticò a credere a quel che vedeva. Sentiva male dappertutto e aveva la testa confusa, e pensò di avere le allucinazioni. Ricordava la furiosa tempesta e la caduta dalla nave, ma nel posto dove si trovava regnava una quiete assoluta. Si alzò con cautela da una sorta di letto fatto di spugne marine. La luce fioca illuminava le alghe e i cespugli di corallo che crescevano tutt’intorno, ma non si vedeva nessuno. Non sapendo che altro fare, si incamminò, ma ben presto il luogo asciutto in cui si trovava finì contro una parete d’acqua. Al di là nuotavano pesci d’ogni tipo, ma nessuno si avvicinava a lui, che capì di trovarsi in una bolla d’aria sottomarina.

«C’è nessuno?» provò comunque a urlare, perché gli avevano insegnato che in situazioni di emergenza è sempre meglio chiedere aiuto. Nessuno rispose, e d’altra parte non si aspettava davvero che in quello strano luogo ci fosse qualcuno.

Ma poco dopo un grosso granchio rosso zampettò verso la bolla e la attraversò per fermarsi davanti a Leo e fissarlo coi grandi occhi rotondi in cima alla testa. «Ciao» disse il granchio.

Leo si lasciò sfuggire un urlo ben poco dignitoso, ma per fortuna non c’era nessuno a sentirlo, a parte ovviamente il granchio. «Chi sei? Dove sono? Che succede?» chiese Leo, senza nemmeno prendere fiato tra una domanda e l’altra.

Il granchio sbatté le palpebre sui grandi occhi. «Wow, mi avevano detto che gli umani erano piuttosto agitati e rumorosi, ma non ci avevo creduto.»

Leo incrociò le braccia, ora irritato oltre che confuso, e attese.

«Io sono Memet» continuò il granchio. «Ti abbiamo portato noi qui. Io e i miei amici.»

«Amici?» ripeté Leo, guardandosi attorno.

Vide così arrivare una grossa piovra e uno squalo. Lo squalo si limitò a sporgere la testa nella bolla e a mostrare le lunghe zanne in quello che sembrava un sorriso. La piovra invece entrò, muovendosi con grazia sulle molte zampe, e si presentò come Wanda.

Leo pensò che se anche quello era un sogno era comunque maleducato non presentarsi. «Io sono Leo. Grazie per avermi salvato.»

Memet mosse nervosamente le chele. «In realtà Pablo voleva mangiarti, ma Wanda era curiosa — non succede mai niente di interessante da queste parti — così l’abbiamo convinto a non farlo.»

«Pablo?»

Memet indicò verso lo squalo, che aveva ritratto la testa e ora nuotava in lenti cerchi intorno alla bolla.

«Capisco» commentò Leo, asciutto. «Ci sono anche le sirene, per caso?»

Non aveva mai creduto alle leggende sulle sirene, ma d’altra parte stava conversando con un granchio.

Quest’ultimo emise un suono sibilante che somigliava a una risata. «Le sirene? Tu hai letto troppe favole.»

Nonostante la cordialità delle creature marine, Leo iniziava a preoccuparsi: era intrappolato in una bolla in fondo all’oceano. «Come posso raggiungere la mia nave?» domandò.

Il granchio sollevò una chela e fece un segnale a Pablo. «Non c’è problema. Ti porterà lui. Ormai la tempesta è passata.»

Leo adocchiò dubbioso lo squalo, ma non vedendo alternativa si decise ad avvicinarsi. «Mi raccomando, trattieni il respiro» gli raccomandarono.

Leo si voltò un’ultima volta a ringraziarli, quindi prese un bel respiro e attraversò la parete d’acqua per salire in groppa allo squalo. Questi lo portò piano piano fino alla superficie, che scoprì non essere poi così lontana, perché dovevano essere vicini alla costa. Fuori il cielo era azzurro e splendeva il sole. Lo squalo iniziò subito a nuotare a pelo d’acqua, per permettergli di respirare. Andavano molto veloci e, quando già il tramonto tingeva di rosso le onde, Leo avvistò la sagoma inconfondibile della Stella del mare. Iniziò ad agitare le braccia sopra la testa, finché qualcuno dalla nave lo avvistò.

Lo squalo lo portò fin sotto la murata e lì lo lasciò a galleggiare. Quindi si allontanò e riemerse solo una volta, per rivolgergli un ennesimo sorriso zannuto e leggermente ironico.

Appena lo tirarono a bordo, Leo raccontò la sua incredibile avventura, ma le facce intorno a lui sembravano preoccupate.

«È in ipotermia» disse qualcuno.

«No, è la disidratazione» aggiunse un altro.

«Ha battuto sicuramente la testa» stabilì il capitano.

E non credettero a una parola, ma Leo era comunque felice di essere in salvo e non ci badò.

Una volta guarito del tutto gli venne restituito il suo ruolo di timoniere. Di tanto in tanto, mentre solcava le onde, gli capitava di intravedere una sagoma più scura appena sotto la superficie. Allora alzava la mano e gridava un saluto: poteva anche trattarsi di uno dei suoi amici marini.

Laura Baldo

Pubblicato da Piccoli Grandi Sognatori

Progetto creativo e dinamico per grandi e piccini. Immagini e parole a servizio della fantasia.

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