Il grande albero

Arturo 6 anni (Australia)

Nella piazza centrale di Borgoverde c’era da sempre un grande albero.

Nel tempo, era diventato così immenso che le sue radici avevano iniziato a sollevare il rivestimento della piazza e sgretolarlo qui e là. Il sindaco era stanco di dover rimettere in sesto la pavimentazione a ogni nuova fessura. E la chioma dell’albero proiettava un’ombra così fitta tutt’intorno che non si riusciva quasi più a leggere un libro seduti sulle panchine della piazza; i giocatori di bocce, poi, si lamentavano della poca luce che li faceva sbagliare ed era causa di sempre nuove liti. 

In estate, almeno, quell’ombra dava sollievo dal caldo asfissiante, ma nei corti giorni d’inverno, impediva ai pochi raggi di sole di passare e riscaldare i passanti infreddoliti. Date le dimensioni, le operazioni di potatura diventavano sempre più costose e anche di questo il sindaco era stanco.

Un giorno, un bambino cadde da un ramo troppo sottile su cui s’era arrampicato in un gioco temerario e fu l’ultima goccia.

«Basta!» disse il sindaco: «è troppo pericoloso: per fortuna s’è fatto solo qualche graffio, ma cosa succederà la prossima volta? E la piazza sta diventando inservibile. È ora di tagliare il vecchio albero! Con il ceppo faremo un bel tavolo da picnic, che terremo in ricordo.»

Tutti approvarono: i giocatori di bocce avrebbero recuperato visibilità; le signore anziane avrebbero smesso d’inciampare nelle radici con le ruotine dei trolley per la spesa; i lettori avrebbero riavuto le panchine al sole.

 Solo Giulio, il bambino temerario, obiettò:

«Non è colpa dell’albero se sono caduto: sono stato io ad arrampicarmi troppo in alto. Non potete punirlo.»

Gli adulti però non ascoltarono né lui né gli altri bambini dispiaciuti di perdere l’albero sotto cui giocavano da sempre. 

Era deciso: doveva sparire.

Non si faceva che parlare della cosa e di come la piazza sarebbe diventata bella e soleggiata, e del grande tavolo nuovo che si sarebbe ottenuto dall’ampio ceppo: l’intero Borgoverde vibrava d’eccitazione. 

Venne il giorno fatidico: le transenne delimitavano un perimetro di sicurezza intorno all’albero; gli operai erano motivati ed equipaggiati con macchine e motoseghe moderne e potenti.

Il sindaco tenne un discorso, da bravo sindaco, ma proprio mentre stava per dare il via all’operazione, Giulio, infilandosi tra le gambe degli adulti schierati ad ascoltare, superò le barriere e corse ad arrampicarsi sull’albero.

In piedi su uno spesso ramo, la schiena appoggiata al vecchio tronco solido, sentenziò: 

«Non potete abbatterlo, è il nostro compagno di giochi da sempre: è un castello, una torre, una fortezza, una capanna, un drago, un gigante… è nostro amico.»

Gli altri bambini gli fecero eco e, spingendo, svicolando e intrufolandosi, andarono a schierarsi ai piedi dell’albero.

Gli adulti sospirarono: dovevano far ragionare quei piccoli sognatori, dovevano far capire loro cosa fosse giusto… ma proprio mentre stavano per aprire bocca, successe una cosa strana.

Uno dei più anziani giocatori di bocce ricordò che sotto quelle fronde aveva dato il primo bacio alla ragazza che poi era stata sua moglie per più di quarant’anni.

 Il fornaio ripensò a quando era tornato da militare ed era corso all’albero per ritrovare gli amici che lo aspettavano lì. 

L’idraulico rievocò tutti i pomeriggi passati a giocare in quell’ombra, da bambino con i suoi fratelli, le tante gare a chi si arrampicava più in alto.

La maestra a quando aveva deciso di diventare maestra: una mattina di sole torrido, seduta al fresco riposante di quelle fronde. 

La fioraia capì che era grazie al vecchio e maestoso albero che s’era innamorata delle piante. 

La mamma di Giulio, che era un medico e una persona seria, tutt’a un tratto ricordò d’essere stata una scavezzacollo anche lei, da bambina, e di essersi escoriata ginocchia e gomiti decine di volte, arrampicandosi sul grande albero, proprio come suo figlio. 

Quando anche gli operai posarono gli attrezzi e cominciarono a scambiarsi ricordi, il sindaco s’indignò. Doveva far valere la sua autorità, doveva… ma gli tornò in mente quella volta in cui, a dieci anni o giù di lì, aveva stupito il suo migliore amico dondolandosi a testa in giù da un ramo. E alla prima festa da sindaco, proprio lì in piazza, al cospetto di quell’albero che, ora lo capivano tutti, era parte integrante del paese.

Non potevano abbatterlo!

Gli operai andarono a cercare altri attrezzi e lo potarono a regola d’arte; i bambini promisero d’essere prudenti e non arrampicarsi più troppo in alto; metà delle panchine furono spostate dove si potesse leggere al sole e anche i giocatori di bocce andarono a puntare e bocciare più in là. Ma per riposarsi e chiacchierare, tutti tornavano all’ombra del grande albero. 

Si ricominciarono a fare feste, banchetti e concerti sotto le sue fronde regolarmente potate, e si fecero delle passerelle per permettere agli anziani di non inciampare nelle radici. Decisero addirittura di cambiare il nome del paese in Borgo-dell’albero-verde, e, per quanto ne so, si chiama ancora così.

Marezia Ori-Elie

Pubblicato da Piccoli Grandi Sognatori

Progetto creativo e dinamico per grandi e piccini. Immagini e parole a servizio della fantasia.

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