La canzone misteriosa

Regina 10 anni (Messico)

C’era una volta un regno lontano ma prospero, dove il sole e le nuvole convivevano pacificamente nel cielo e gli alberi fiorivano senza sosta come se vi fosse una perenne primavera. Il clima benevolo stimolava i coltivatori, che grazie alla raccolta sfamavano le proprie famiglie, ma anche i più piccoli che facevano la scuola all’aperto e potevano correre dietro a un pallone, o semplicemente giocare a nascondino, fino all’ora di cena. 

La principessa Reyna era diversa da tutti i bambini della sua età. Non apriva mai la bocca, se non per rispondere a quanto le veniva chiesto, rideva raramente, e soprattutto obbediva sempre alle regole ferree della famiglia reale. Niente scorrazzate in giro con i compagni di classe; di fatto, studiando con i precettori della corte, non ne aveva alcuno. Niente sedute sulla coperta, appoggiata con cura sulla terra bagnata di rugiada, con i quaderni e le penne colorate nel grembo. Niente gomitate né commenti sottovoce a un’amica del cuore; non sapeva cosa significava avere amici, frequentando solo i familiari e le dame di corte. Le poche passeggiate, che le erano concesse durante la giornata, poteva farle solo in compagnia di uno dei due fratelli o della servitù. Avventurarsi da sola fuori dal castello, si fosse trattato del giardino reale o delle stalle in cui erano custoditi i cavalli di razza della famiglia, era severamente proibito. 

Reyna non capiva perché di tutta quella protezione improvvisa, ma se tentava di fare domande, i regnanti si limitavano a delle carezze mute sulla testa e agli abbracci che la soffocavano senza spiegarle un granché. Una sera dopo cena, Reyna tornò nella stanza annoiata a morte e si buttò sul letto. Non aveva sonno e per ammazzare tempo prese i pastelli e il blocco di fogli dal cassetto. Qualsiasi tentativo di riportare sulla carta il volto del compianto nonno fallì ancora prima di decollare. Reyna appallottolò l’ennesimo foglio incompiuto e lo gettò a terra con rabbia. Le mancava l’aria. Corse alla finestra e la spalancò con foga.

 Il cielo era illuminato da una luna piena e dal giardino sottostante arrivava il dolce profumo della magnolia. Reyna chiuse gli occhi abbandonandosi a un respiro profondo. Mentre gli occhi vagavano nella semi-oscurità, una voce che giungeva dal lontano — o forse da vicino, non poté stabilirlo con certezza —, accarezzò la sua curiosità. Chiunque fosse, cantava con un tale trasporto da farle venire i brividi e grossi lacrimoni agli occhi. Andò a dormire con un peso grande sul cuore. 

L’inquietudine che l’aveva fatta girare nel letto fino al risveglio non si placò il giorno successivo e Reyna cominciò a temere che avesse a che fare con quella canzone insolitamente triste. Non ebbe il tempo di pensarci perché fu subito immersa nel tran tran quotidiano, e fino al pomeriggio inoltrato tutto procedette secondo le regole e i canoni prestabiliti. Finito di cenare, la principessa chiese il permesso di allontanarsi dalla tavola e corse nella stanza. Era già sotto le coperte e sfogliava un libro preso di nascosto dalla biblioteca reale, quando sentì di nuovo quella voce triste e si precipitò alla finestra ansiosa di scoprire a chi appartenesse. 

In mancanza della luna, il buio era così pesto che non poté individuare la sagoma del cantante misterioso, ma la sua mente stava già lavorando per scoprirne l’identità segreta. Non poteva essere uno dei cantori della corte, conosceva bene le loro voci; la servitù nemmeno, e anche se fosse, era risaputo che certe cose era meglio farle lontano dagli occhi indiscreti. Alla fine, sospinta da una fervida immaginazione, Reyna si convinse che si trattasse di un principe innamorato che cantava una serenata struggente alla sua amata. Come tutte le ragazzine del mondo, anche la principessa sognava un amore grande come quello delle favole. Per la prima volta dopo tanto tempo si addormentò con il sorriso sulle labbra. 

L’indomani, per evitare la consueta passeggiata pomeridiana, Reyna finse di avere il mal di pancia, e quando ebbe la certezza che tutti avessero abboccato, sgattaiolò fuori per cercare il principe del mistero. Senza la voce, sarebbe stato difficile scoprire dove si nascondesse, ma valeva lo stesso la pena di tentare. Non seppe spiegare come mai e a un certo punto, girovagando nei pressi del castello, si fosse trovata davanti alla sua magnolia. Quando era piccola, il nonno le aveva fatto costruire sul ramo più alto dell’albero un’altalena. Appena la vide, vi si sedette sopra, prestando la massima attenzione a non sporcare e spiegazzare il vestito. Poi si afferrò con le mani alla corda e diede una leggera spinta all’indietro con i piedi. 

«Vola, vola, vola» iniziò a canticchiare allegramente e a ridacchiare mentre i ricordi di un’infanzia serena le affioravano alla mente. Le parve persino di vedere, in lontananza, la figura del nonno stagliarsi contro il cielo limpido con fierezza. Gli fece un saluto con la mano e sorrise con tristezza, schiudendo la bocca in un sonoro mi manchi. Fu allora che la voce misteriosa proruppe di nuovo nell’aria. Reyna si guardò intorno scrutando il cielo e la distesa verde a perdita d’occhio, ma non vide nessun principe. Solo la cavalla del nonno, Stella, e il suo puledro, venuto al mondo una settimana prima, che si guardavano con tenerezza. 

La principessa inclinò la testa da un lato e il suo volto sbiancato di colpo si fece pensieroso. Gli animali non parlavano, tantomeno cantavano, ragionò, prima di giungere all’amara conclusione che come al suo solito si era immaginata tutto, principe incluso. Stette per tornare al castello, le spalle all’ingiù e il muso lungo, quando le parole del nonno risuonarono nella sua testa: La vera magia, tesoro mio, si vede soltanto con il cuore. 

All’ennesimo ricordo del vecchio, le labbra della principessa si allargarono appena e gli occhi, accarezzati dai raggi del Sole ormai alto in cielo, brillarono di una luce nuova. Tornò indietro e a pochi passi dalla cavalla e dal suo piccino, s’arrestò. Come se avesse percepito la presenza della principessa, Stella nitrì. Reyna allungò una mano per accarezzarle il muso, ma la cavalla si tirò indietro.

«Tranquilla, non voglio farti del male, solo accarezzarti. Anche a me manca e tanto. Sei stata tu, vero, a cantare per lui?»

Quelle che scendevano copiose lungo le guance di Reyna mentre abbracciava con gratitudine la cavalla non erano lacrime di tristezza, ma di gioia, perché aveva capito di aver finalmente trovato un’amica che la capiva e che condivideva il suo dolore. Da quella sera dormì tranquilla, cullata dal dolce ricordo del nonno che non l’avrebbe abbandonata mai. 

Pubblicato da Emy Ristovic

Serbian expat living in Italy. Writer. Journalist. Storyteller and founder of @piccoligrandisognatori.

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