Osvaldo Odlavso: il paroliere matto

Giulia, 9 anni (Italia)

Osvaldo Odlavso era un ometto di un’età indefinibile, mostrava dai settanta ai dieci anni, sarà stato per il suo spirito giocherellone e per il suo atteggiamento stravagante.

Era arrivato da qualche mese a Mira, un paese caldo e accogliente attraversato dalle acque del fiume Eclano. 

Proveniva dalla Russia, aveva un sorriso smagliante che partiva dal lato ovest della guancia sinistra per espandersi verso il lato sud della guancia destra. Il naso, una pallina nera che si sporgeva in avanti con esuberanza, somigliava a quella dei topolini di campagna e i suoi ricci erano così ribelli che saltavano fuori dal grazioso cappello a cono.

Gli piaceva vestirsi con abiti comodi, portava sempre una taglia in più di quella che si era conquistata con il tempo e non amava abbinare i colori, lo considerava un impegno inutile.

Gli abitanti di Mira lo adoravano, sia gli adulti che i bambini, perché era sempre allegro e molto ironico: spesso amava pronunciare le parole al contrario e accompagnava i discorsi con la musica della sua chitarra. Utilizzava parole cortesi e pienotte, come le definivano i miresi. 

Lavorava nel suo atelier artistico dove si divertiva a dipingere e a creare sculture che rappresentavano la natura che ogni giorno ammirava o fantasticava affacciato alla finestra del piccolo laboratorio.

“Erouc Eroma Aruc” era il nome della sua bottega (per i più seri, “Cuore Amore Cura”) che aveva tirato su con molta grinta e perseveranza.

E, come se non bastasse, spesso preferiva camminare con le mani a terra anziché con i piedi, credeva che stimolasse la sua fantasia e creatività.

Un giorno, prese la sua preziosa tavolozza e i suoi pennelli con setole morbide e vellutate e su un cartoncino rettangolare iniziò a preparare un poster in cui invitava tutti i cittadini a partecipare al suo corso “elorap ettam” (per i più seri, “Parole matte”) e il testo continuava “Per chi non vuol prendersi troppo sul serio e ama solo divertirsi”.

Nei giorni seguenti, Osvaldo Odlavso ricevette molte adesioni tanto da decidere di suddividere i curiosi partecipanti in due gruppi; fu impegnato per diverse ore ed era felice.

Era orgoglioso di sé, perché avrebbe avuto l’opportunità di tirare fuori l’arte della gioia e della pazzia creativa a tutti quelli che finalmente avevano deciso di godersi un po’ la vita. 

Tutto proseguì nel migliore dei modi possibili fino a quando, una mattina, arrivò nell’atelier un uomo grosso e austero con i baffi a tricheco e un cappotto lungo color cammello. 

Il Signor Simeone, un signorotto benestante di Mira e sindaco attuale, bussò rumorosamente alla porta e, senza nemmeno aspettare di essere accolto a testa in giù da Osvaldo, si precipitò tra i cavalletti e le tele disposte al centro della grande stanza artistica ornata con gusto e raffinatezza.

Dopo un colpo di tosse esordì dicendo: «Buongiorno Omhhhldo, sono qui per chiederle di interrompere queste lezioni sull’arte delle parole perché i nostri cittadini stanno diventando poco seri e scoppiano a ridere anche senza motivazione, sembrano tutti pazzi».

Osvaldo si sforzò di rispondere a quell’uomo così convinto e soddisfatto di aver pronunciato, tutto di un fiato, il suo pensiero e proruppe dicendo (sempre a testa in giù): «Buongiorno caro Simeone, ma lei si sta preoccupando di un non problema. Se davvero pensa che i miresi siano impazziti sto raggiungendo il mio scopo».

«E quale sarebbe il suo scopo?» lo interruppe il sindaco, tutto rosso in volto.

Osvaldo riprese: «Portare i miei concittadini a pensare e ad agire andando fuori dagli schemi, riesce a capirmi?».

«Veramente credo che lei è proprio fuori di capoccia» e dopo uno starnuto gridò: «Mi faccia la cortesia di mettersi a testa in su quando le parlo, io rappresento il primo cittadino di questa rispettabilissima terra».

«Tranquillo, se continua così si farà venire un infarto. Se lei considera izzap coloro che non seguono la massa e credono alle proprie idee e ai propri valori ci ha appena fatto un complimento».

Osvaldo fu interrotto dai suoi piccoli e grandi allievi che lo ascoltavano con attenzione fin dall’inizio mentre facevano linguacce e versi beffardi ma silenziosi al sindaco.

«E le dirò di più», aggiunse Osvaldo: «Cerchi anche lei di condurre la sua vita con più originalità».

«Cosa intende?» disse Simeone davvero infuriato.

«Beh, qualche volta trascorra le sue giornate facendo qualcosa che la diverte e che non fa da tempo, non pensi alle opinioni degli altri, canti a squarciagola anche se crede di non essere intonato, sia schietto e gentile con tutti e soprattutto guardi sempre davanti a sé, ai progetti che vorrebbe avverare».

Un bambino, smilzo e senza denti davanti, con voce squillante aggiunse: «Distinguersi dalla massa significa esprimere e motivare sempre il proprio pensiero, anche se va controcorrente. E non si dimentichi che lui si chiama Osvaldo, al massimo Odlavso e non Omhhhldo».

Simeone roteò a 365 gradi impigliandosi dentro al cappotto lungo e senza nemmeno un cenno con la mano batté la porta e uscì. Il fastidioso trambusto che provocò fu ricoperto da un sonoro applauso.

Qualche giorno dopo, nemmeno tanto inaspettatamente, alla porta dell’atelier bussò di nuovo il sindaco dai baffi a tricheco. Stavolta aspettò che Osvaldo lo raggiunse e disse: «Vogliate perdonarmi Maestro dell’arte delle belle parole al contrario».

Intonando un bel canto, il paroliere matto, accompagnato dal suono melodioso della sua chitarra proclamò:

«Caro Simeone,

le scuse son parolone

noi siamo felici

che ora siam diventati amici

àtilanigirO noi vi auguriam!»

Da quel giorno, il sindaco Simeone decise di cambiare nome al paese che rappresentava con tanta fierezza e al nome Mira aggiunse Bella e divenne Mirabella. Allegria e Originalità imperversano tuttora e vanno a spasso sottobraccio sostenendosi a vicenda.

Elvira Morella

Pubblicato da Piccoli Grandi Sognatori

Progetto creativo e dinamico per grandi e piccini. Immagini e parole a servizio della fantasia.

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