Remulé, il lemure spaziale

Olivia 7 anni (Italia)

C’era una volta, e forse ci sarà ancora, il simpatico Remulé, il capo di una tribù di lemuri spaziali dalla coda ad anelli azzurra e nera che abitava a Nula, un pianeta proprio vicino alla Luna. 

Già dai suoi occhioni neri, contornati di azzurro, si intuiva che era un tipetto originale, dolce ed estroverso. Sin da piccolo, ora era un giovanotto di trecentotredici anni, aveva la passione per le missioni spaziali. Assieme agli amici lemuri e, con indosso la portentosa tuta arancione con il cappuccio fosforescente, indispensabile per non farsi investire dalle navicelle delle altre tribù di lemuri, aveva visitato tutto lo spazio attiguo a Nula e oltre.

Nei suoi viaggi si era innamorato tante volte di graziose lemure con la coda ad anelli nera e rosso fragola che lo avevano reso tanto felice. 

Remulé aveva imparato a parlare molto presto e ciò lo aveva portato ad assumere una particolarità: in modo naturale e, senza rendersene conto, cambiava le lettere all’interno delle parole producendo così diversi significati. Tutto ciò non gli aveva procurato nessun problema con gli altri che lo trovavano spiritoso e piacevole con cui trascorrere insieme il proprio tempo. 

Purtroppo non era così per la splendida Mulé dal caratterino esigente e inflessibile. Si erano incontrati a una festa da ballo ed era subito scoccato l’amore. 

Remulé si era talmente infatuato della cara Mulé che aveva deciso di stanziarsi a Nula per sempre.

Un giorno, iniziarono a scontrarsi per un equivoco e da allora ci furono un crescendo di occasioni. Prima di partire per una missione spaziale, Remulè esclamò a voce alta: «Carro amore, sto andando via, ma quando ritornerò andremo per more a pescare». Mulè, non capendo nulla, andò su tutte le furie e gli chiese di ripetere la frase ma ricevette la medesima risposta: “Carro amore, sto andando via, ma quando ritornerò andremo per more a pescare” anziché: «Caro amore, sto andando via, quando ritornerò andremo per mare a pescare». Remulè corse via perché Mulè, povera di pazienza, aveva già preso un mattarello da cucina, utile per stendere gli impasti per la pasta fresca, per darglielo sulla testa. Mentre lo girava tra le mani gridava a gran voce: “Così magari qualcosa si sistemerà dentro a quella zucca confusa», Remulè era già lontano da Nula.

Un altro episodio, abbastanza tragico, fu quando Remulè le disse: «Perché non ritorniamo in quella sala da gallo dove ho visto per la prima volta il tuo splendido vasino per ammirare l’atmosfera della note?» anziché: «Perché non ritorniamo in quella sala da ballo, dove ho visto per la prima volta il tuo splendido nasino per ammirare l’atmosfera della notte?». E la dolce compagna gli rispose: «Ma come osi offendermi in questo modo, io non ho mai frequentato pollai e non mi porto dietro vasini da notte». 

Durante il loro primo anniversario, accadde l’irreparabile per aver pronunciato una frase d’amore adorabile ma incomprensibile alle orecchie dell’amata. Remulè, portava tra le braccia un enorme mazzo di fiori che gli copriva il volto e le disse con gran trasporto: «Sei il mio foro, più bello del sale e della lana» anziché «Sei il mio faro, più bello del sole e della luna». Da quel giorno Mulè non volle più vederlo perché si sentiva insultata, era stata paragonata a un foro contornato di sale e di lana. 

Remulè, mai come allora, si sentiva triste e incapace di guadagnarsi l’amore e l’accoglienza di Mulè. Quando riprovò ad andare da lei per riconciliarsi gridando: «Ti voglio molto bene, potresti riscaldarmi con un tuo baco caldo» anziché «Ti voglio tanto bene, potresti riscaldarmi con un tuo bacio caldo» capì che non c’era proprio più nulla da fare.

Mulè gli sbattè la porta in faccia dicendo: «Non sono una farfalla, bensì una lemure in cerca di tipi meno stravaganti».

Passarono diversi giorni e, mentre pensava tra sé che il vero amore avrebbe accettato e accolto la sua particolarità, in riva al fiume incontrò una graziosa lemure dagli occhi verdi e con indosso un abito lungo simile ai fili d’erba dei fondali marini.

Iniziarono a parlare e svelò subito il suo bizzarro modo di esprimersi e, quando notò che per Alga non era un dramma, ne rimase sbalordito. Per Remulè fu una gioia scoprire che per quella lemure così elegante e gentile il suo difetto era diventato un aspetto originale. Si sentiva un lemure compreso e si espresse emozionato: «Ma quali denti del sud ti portano a splendere davanti ai miei cocchi?» anziché pronunciare: «Ma quali venti del sud ti portano a splendere davanti ai miei occhi?». E da lì in avanti trascorsero la loro vita tra sonore risate. 

La più bella, che ricordavano insieme durante i momenti di svago, era la frase: «Sei la mia rana sicura e adoro rifugiarmi tra le tue braci calde» anziché: «Sei la mia tana sicura e adoro rifugiarmi tra le tue braccia calde». 

Remulè continuò a cambiare le parole ma era diventato un gioco allegro e divertente. Iniziò a scriverle su un quadernino a righe accompagnandole a melodie molto ritmate. Ammirare Alga che rideva e ballava mentre le ascoltava era meraviglioso.

A ritmo di musica, tutti i loro amici, ridacchiavano mentre pronunciavano le diverse associazioni: tela – mela, nono – nonno, pollo – polo, casa – cassa, coro – corro, vita – vista, mito – moto, rito – dito, raso – riso e via via sempre più spiritose.  

Remulè, insieme al suo vero amore, andò in giro per lo spazio a canticchiare con il suono della sua chitarra i simpatici ritornelli. Se la sera, sentite delle voci melodiose cantare e ballare parole simili e concatenate tra loro sono i due lemuri innamorati che si divertono. E voi non dovete far altro che mantenervi la pancia per contenere le vostre risate.

Elvira Morella

Pubblicato da Piccoli Grandi Sognatori

Progetto creativo e dinamico per grandi e piccini. Immagini e parole a servizio della fantasia.

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